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5 anni di attesa, la guerra in Iran: Aftab riabbraccia moglie e figli a Padova

Il 2 maggio scorso, in aeroporto, Aftab ha riabbracciato la moglie Nasima e i quattro figli dopo cinque anni di attese, pratiche bloccate, risparmi polverizzati e, nel mezzo, una guerra scoppiata proprio mentre erano in fila per i visti.

Aftab lavora a Padova da anni, nei magazzini della Bartolini Corriere Espresso, gruppo BRT. Cittadino italiano, aveva avviato l’ennesimo tentativo di ricongiungimento con la famiglia, rimasta a Teheran dopo la fuga dall’Afghanistan. Le pratiche procedevano, lente come sempre, quando nell’estate del 2025 il conflitto in Iran è esploso all'improvviso, proprio mentre passaporti e documenti erano ancora sulle scrivanie della rappresentanza diplomatica.

Aftab

Foto inviata da Aftab, dettaglio delle mani dei figli della famiglia ricongiunta a Padova

Aftab si trovava in Iran in quei giorni, per completare le ultime formalità. È lui stesso a raccontare cosa è successo: “L’anno scorso, mentre mi trovavo in Iran per il disbrigo delle pratiche dei visti, ci siamo ritrovati improvvisamente nel mezzo dello scoppio delle ostilità. La documentazione e i passaporti erano in fase di elaborazione ma le procedure non si sono concluse in tempo utile. Nonostante fossi diventato cittadino italiano e avessi la documentazione in regola, sono dovuto rientrare da solo. Ma prima, ho dovuto sborsare 1.800 euro a un tassista affinché portasse via mia moglie e i miei figli fuori dall'Iran, dove erano in grande pericolo”.

Da Teheran la famiglia si è spostata a Mashhad, poi altri duemila chilometri fino a Kabul: il Paese da cui erano scappati anni prima. Aftab, intanto, è dovuto rientrare a Padova da solo. “Poiché avevo esaurito il budget a disposizione – racconta – attraverso l'aiuto di amici e quel che ho guadagnato negli otto mesi dopo il rientro sono riuscito a mettere da parte le risorse necessarie a riattivare il canale e far prendere loro un aereo da Kabul. In totale, tra tutti i passaggi di questi anni, ho speso circa 43 mila euro”.

Nel frattempo, l’Ufficio Immigrazione dell’Inca, la Filt e il sindacato hanno lavorato insieme, coinvolgendo anche parlamentari come Alessandro Zan e Susanna Camusso per sollecitare attenzione sul caso.

Anche l'azienda ha avuto un ruolo in questa storia. Il permesso di due settimane concordato da Aftab si è allungato per oltre un mese, per cause di forza maggiore legate alla guerra. Bartolini Corriere Espresso ha compreso la straordinarietà della situazione e ha tutelato il posto di lavoro. Un atteggiamento di responsabilità sociale che merita di venir sottolineato, visto che in casi simili altre aziende hanno proceduto diversamente.

La vicenda, però, non si chiude con l'abbraccio in aeroporto. La Cgil ha annunciato un’azione legale contro il Ministero degli Affari Esteri. Il punto lo mette a fuoco Giulia Crescini, avvocata del Collegio Legale Nazionale di Inca Cgil: “Predisporre percorsi di uscita solo per i cittadini italiani determina un concreto rischio di discriminazione nei confronti di chi, pur essendo cittadino italiano, ha familiari, anche appartenenti al proprio nucleo ristretto, di origine straniera. Una circostanza che riguarda soprattutto chi ha acquisito la cittadinanza italiana per naturalizzazione”. Come, appunto, Aftab.

Oggi, a Padova, la famiglia prova a ricostruire una quotidianità che per anni è stata solo un’attesa. La figlia tredicenne, a cui in Afghanistan era negato l'accesso a scuola, potrà iscriversi regolarmente a settembre. Uno dei figli, che ha bisogno di cure mediche, ha già iniziato i controlli sanitari necessari.

“Siamo felici che per Aftab e la sua famiglia questa vicenda si sia conclusa nel migliore dei modi”, dice Gianluca Badoer, segretario generale della Cgil di Padova. Ma non si tratta di un episodio isolato: “Non possiamo derubricare quanto accaduto a un semplice incidente di percorso. Il nostro Patronato Inca e il Dipartimento Immigrazione affrontano quotidianamente casi in cui le persone rimangono imbrigliate in iter infiniti, costi insostenibili e lunghi tempi di attesa. La burocrazia deve essere al servizio dei cittadini e della persona: se si limita all'applicazione cieca delle regole, finisce per generare un enorme spreco di risorse umane e per ignorare le specificità delle storie individuali. La vera sfida delle istituzioni e della Pubblica Amministrazione moderna sta nella capacità di combinare la trasparenza delle procedure con il discernimento e l'ascolto umano di fronte ai casi più complessi ed eccezionali”.