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Prima si ammala di amianto, poi il suicidio: riconosciuto il nesso causale

Un uomo si ammala di mesotelioma pleurico. Una diagnosi che suona come una condanna a morte, dovuta all’esposizione all’amianto. Undici mesi dopo muore, togliendosi la vita. L'Inail però nega la rendita ai familiari: sostiene che il suicidio ha spezzato il nesso causale con la malattia. La famiglia, supportata dal patronato Inca, non si arrende. Dopo quasi 5 anni, una sentenza del Tribunale di Bologna stabilisce il tumore causato dall'amianto e la morte c'è un nesso causale. L'Istituto è stato condannato a versare la rendita ai superstiti e l'assegno funerario.

Il mesotelioma pleurico è un tumore aggressivo, causato dall’esposizione all'amianto. In questo caso l'origine professionale non è mai stata in discussione: nell'ottobre 2020, l’Inail aveva già riconosciuto al lavoratore un'invalidità del 60%, con rendita decorrente da giugno dello stesso anno.

Poi la malattia ha fatto il suo corso. Le testimonianze raccolte durante il processo raccontano tutte la stessa storia, con parole diverse: un uomo sportivo, che andava in bicicletta, amava stare all'aperto. In pochi mesi il dolore lo ha consumato. I farmaci contro il dolore gli hanno procurato allucinazioni. Non dormiva più. Lo psicologo che lo seguiva ha dichiarato che il paziente parlava di suicidio già dal primo colloquio, ad agosto 2020. A novembre l'uomo si tolse la vita.

A quel punto la legge prevede il riconoscimento, ai familiari, della rendita ai superstiti e dell'assegno funerario. La vedova presenta domanda. L’Inail risponde di no. La motivazione? Il suicidio ha interrotto il nesso tra malattia e morte, quindi niente rendita.

A marzo 2021, muore anche la vedova del lavoratore, prima ancora che Inail confermi il diniego definitivo, arrivato solo ad agosto. Resta il figlio, unico erede: è lui a portare avanti la causa

Nel 2024 il figlio porta il caso davanti al Tribunale di Bologna. Per la famiglia, il gesto dell’uomo non è un fatto a sé stante, staccato dalla malattia. È l'effetto della malattia, del crollo fisico e psicologico che ne è seguito. Ad accompagnare la famiglia fin dal primo ricorso amministrativo contro il diniego di Inail era stato il Patronato Inca Cgil.

La sentenza si basa su un principio, quello della "causalità umana": il nesso tra una condotta e il suo esito si interrompe solo se, nel mezzo, si inserisce qualcosa di davvero eccezionale e imprevedibile. Qualcosa di estraneo. Ma il suicidio, quando nasce da una sofferenza psichica provocata dalla malattia stessa, non lo è.

Il giudice ha letto le testimonianze, la cartella clinica, la dichiarazione dello psicologo. E ha visto un uomo senza alcun precedente di depressione o disagio psichico. Un uomo che, dopo la diagnosi, sviluppa dolore insostenibile, allucinazioni da farmaci, un tracollo fisico rapido. E pensieri suicidi. L’Inail aveva provato un'altra strada: sostenere che altre patologie pregresse rendessero la causa della morte "multifattoriale". Il giudice l'ha respinta: nessun testimone, prima della diagnosi di mesotelioma, aveva mai notato in lui segni di fragilità psichica.

Il Tribunale accerta così che la morte è stata causata, o quantomeno concausata, dalla malattia professionale e condanna Inail a versare al figlio, come erede della madre, la rendita che sarebbe spettata alla vedova. Più l'assegno funerario, gli interessi legali, le spese processuali.

Dal primo ricorso amministrativo del 2021 al deposito della sentenza sono passati quasi cinque anni. Il Patronato Inca Cgil, insieme ai legali e ai medici convenzionati, ha seguito la famiglia in ogni fase di questo percorso: dalla domanda respinta nel 2021 fino alla causa davanti al giudice del lavoro.