Malattie professionali +16,3%, infortuni +5,1%, infortuni mortali +2%. I dati vanno però letti insieme ai tempi del riconoscimento, oggi allungati dalla carenza di medici e personale. Servono assunzioni per mettere l’Istituto nelle condizioni di svolgere al meglio la sua missione.
di Sara Palazzoli, collegio di presidenza di Inca Cgil
Aumentano malattie professionali e infortuni, anche quelli mortali. Sono i dati ufficiali Inail al 30 agosto 2026. Purtroppo, non è una novità. La tendenza va a confermare ciò che vediamo ogni giorno nelle sedi di Inca Cgil: nel nostro Paese ci si continua ad ammalare e a morire di lavoro. Ma la realtà è più ampia di quella che emerge dalle statistiche, e a pesare è anche il modo, e i tempi, con cui oggi si arriva al riconoscimento dei danni da lavoro.
Prima di tutto, i dati. Nei primi otto mesi del 2026 le malattie professionali crescono del 16,3%, gli infortuni del 5,1%, gli infortuni mortali del 2%, rispetto ai primi 8 mesi del 2025. Per le malattie professionali l’aumento è in corso da anni. Il segnale è chiaro, si lavora in ambienti di lavoro insicuri e insalubri.
I numeri che non compaiono
Ogni statistica ha però un limite, inevitabile: racconta solo e soltanto ciò che viene registrato. I dati dell’Inail fotografano le denunce presentate. E già questo è un dato importante. Ma chi si occupa di tutela ogni giorno sa che non tutto ciò che accade nei luoghi di lavoro arriva fino a lì.
Molte lavoratrici e molti lavoratori non denunciano né l’infortunio né la malattia professionale. Il motivo è la paura di ripercussioni sul posto di lavoro. La stessa paura accompagna chi ha un impiego precario e teme che, dopo una denuncia, la chiamata per il contratto successivo non arrivi più. Per queste persone la scelta di tacere è il risultato di un rapporto di lavoro in cui far valere un diritto sembra comportare un costo troppo alto. Il loro danno resta fuori dai conteggi, eppure esiste.
C’è poi un secondo gruppo di casi che le statistiche non mostrano. Sono le richieste di riconoscimento – lo vediamo in quelle seguite da Inca – che restano per mesi senza una risposta. In alcuni casi l’attesa supera l’anno, anche a partire dai territori più virtuosi. Sono pratiche che ad oggi sono ancora senza esito che soprattutto lasciano le persone in attesa.
Cosa vediamo nei territori
Il quadro che rileviamo dai territori è legato soprattutto a una carenza di organico. L’Inail ha oggi pochi medici, indispensabili per riconoscere i danni da lavoro, e poco personale amministrativo. Per l’Istituto è più difficile svolgere la propria missione con la tempestività necessaria. Lo dicono i dati forniti dallo stesso istituto: secondo la Relazione annuale 2025, presentata alla Camera dei deputati nel settembre 2026, al 31 dicembre 2025 l’Inail registrava una carenza di personale pari a circa il 20% rispetto alle dotazioni organiche previste, nonostante le procedure concorsuali e le assunzioni effettuate nel corso dell’anno. Nelle sedi di Inca ne vediamo gli effetti.
Il primo riguarda l’inizio del percorso. In alcuni territori la convocazione per la prima visita arriva con mesi di ritardo, e già questo sposta in avanti l’intero iter. Quando una domanda ha esito negativo, si incontrano spesso rigetti con motivazioni generiche. Per capirne le ragioni, i nostri uffici devono ricorrere all’accesso agli atti (legge 241/1990) e poi all’opposizione in via amministrativa. Sono strumenti previsti e utili, ma aggiungono passaggi a un percorso già lungo.
Il secondo effetto riguarda la visita collegiale, azione a seguito di opposizione, che è il momento in cui i medici dell’Inail e quelli del patronato si confrontano sul merito e sul nesso causale tra la malattia professionale e l’attività lavorativa. Le collegiali possono essere convocate anche oltre un anno più tardi, dopo la presentazione del ricorso sanitario perché mancano i medici per discuterle. Un confronto che dovrebbe essere rapido e risolutivo arriva così a distanza di tempo.
Il terzo effetto sono i percorsi giudiziari. Quando le collegiali si chiudono senza accordo, attiviamo le azioni in giudizio, che allungano ancora i tempi di riconoscimento. L’attesa ricade sulle persone infortunate o con malattia professionale e, quando la lavoratrice o il lavoratore è deceduto per causa di lavoro, sulle loro famiglie.
Va chiarito che non portiamo in giudizio tutte le pratiche. La rete medico legale e legale di Inca fa prima un severo filtro e procede solo quando esistono solide evidenze scientifiche e documentali del nesso di causalità. Per questo le cause promosse dal patronato hanno spesso un esito favorevole in oltre il 70% dei casi portati in giudizio.
L’attesa che diventa rinuncia
Affrontare, da un punto di vista burocratico, il riconoscimento dell’infortunio o la malattia professionale comporta una serie di passaggi diversi con un punto in comune, il tempo. E per chi ha subito un infortunio o si è ammalato a causa del lavoro, il tempo pesa. Dall’esito dell’accertamento dipendono gli indennizzi in capitale per il danno biologico e le rendite vitalizie.
Quando l’accertamento si prolunga senza una scadenza certa, le persone più fragili o precarie possono decidere di arrendersi e desistere. È un esito che si collega a quanto raccontato all’inizio. C’è chi non denuncia per timore di perdere il lavoro e c’è chi, dopo aver presentato la domanda, abbandona il percorso perché non regge i tempi. In entrambi i casi il diritto non viene esercitato. E di questo non troviamo traccia nelle statistiche.
Dalle sedi al quadro nazionale: i dati della Ciip
Quello che osserviamo nelle sedi trova riscontro anche nell’analisi della Consulta interassociativa italiana per la prevenzione (Ciip). Le denunce di malattia professionale hanno superato le 88.000 nel 2024 e sfiorato le 98.500 nel 2025. Le persone che chiedono il riconoscimento di una malattia professionale sono quindi sempre di più. Nello stesso periodo, la quota di patologie riconosciute dall’Inail mostra una tendenza alla riduzione. Ci sono dunque più domande da esaminare, a fronte di una carenza di medici e di personale.
La Ciip aggiunge un altro elemento, che riporta lo sguardo ai territori. La percentuale di domande accolte va dal 20% al 60% a seconda della sede provinciale, anche all’interno della stessa regione. Una forbice così ampia solleva dubbi sull’uniformità di trattazione e sulla parità di tutela. Per Inca, il riconoscimento di un diritto non dovrebbe dipendere dalla provincia in cui si presenta la domanda.
Oltre ai necessari interventi di prevenzione, è fondamentale lavorare sul riconoscimento. E per assicurare alle lavoratrici e ai lavoratori colpiti da infortunio e malattia professionale la massima tutela, servono più medici e più personale. Questo permetterebbe di avere visite in tempi più brevi, collegiali più ravvicinate e meno persone costrette a scegliere se aspettare o rinunciare.
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